Scritto da Moira
Le Azzorre non le avevamo mai cercate. Non avevamo mai programmato di andarci e di certo non erano nella nostra lista di “posti da visitare”.
Ma la verità è che erano sempre state lì. Erano sempre state lì, in un angolo della mia memoria, legate a una storia che non era la mia, ma che in qualche modo mi aveva segnata.
L’8 febbraio 1989, io avevo 10 anni e un aereo partito da Bergamo Orio al Serio con destinazione Punta Cana era precipitato nei pressi di queste isole. 144 persone. Nessun superstite. Tra loro c’era Roberto Bertini, il figlio di un conoscente dei miei nonni. Io non lo conoscevo, ma sapevo che era il figlio del Bertini, un venditore ambulante che ogni martedì faceva il giro del paese carico di frutta e verdura di stagione. Non lo conoscevo Ma abbastanza da ricordare.
Da allora le Azzorre erano rimaste lì in un angolo nascosto nella mia mente. Un posto bellissimo e allo stesso tempo qualcosa di sinistro. Un posto a cui non pensavo tanto volentieri.
Non l’avevo mai raccontato a Raffaella. Certe cose te le tieni per te. Soprattutto quando stai sorvolando quel posto e ci sono problemi tecnici che ti obbligano ad un atterraggio d’emergenza.
Quando l’aereo ha toccato terra a Terceira quella mattina, dopo i minuti in cui avevamo pensato che forse non sarebbe finita bene, ho guardato fuori dal finestrino e ho pensato: sono qui. Sull’isola che nella mia testa aveva sempre avuto una piccola ombra nera. Un ricordo di bambina, ma una storia brutta e triste da raccontare.
Siamo scese dall’aereo con quello che avevamo — i bagagli erano rimasti in stiva, nessun rappresentante dell’American Airlines era venuto a dirci niente. Ci hanno preparato la colazione in un hangar militare, controllato i passaporti, e poi ci hanno detto che eravamo libere di andare. Dove volevamo. Un aereo da New York sarebbe arrivato a recuperarci, probabilmente nel pomeriggio. Nel frattempo — potete uscire.
Ci siamo guardate e siamo corse all’agenzia di noleggio auto più vicina.
Nella sfortuna siamo state fortunate, potevamo vedere qualcosa che non avevamo in mente di vedere e ne eravamo entusiaste.
Fuori dall’area militare, il mondo era completamente verde.
Un verde che non ti aspetti — brillante, quasi irreale, il tipo di verde che sembra dipinto da qualcuno che non conosceva le mezze misure. Le colline scendevano verso il mare, e il mare era scuro, quasi nero, agitato e potente. Le scogliere laviche tagliavano la costa in modo netto, brutale e bellissimo. C’era vento — quel vento umido e fresco delle isole atlantiche che ti entra nelle ossa ma non ti dispiace.
Eravamo sole in giro. Per diversi chilometri non abbiamo incrociato quasi nessuno — qualche auto, nessun mezzo pubblico, nessun turista. Solo noi, la strada, e quel paesaggio che non avevamo scelto ma che ci stava travolgendo.
In auto guardavo fuori dal finestrino e pensavo a Roberto Bertini. Pensavo all’8 febbraio 1989. Pensavo a quanto è strano il mondo, a come certe storie ti seguono per anni senza che tu lo voglia, e poi un giorno ti ci ritrovi dentro — non nella tragedia, per fortuna, ma nello stesso posto, sullo stesso mare, sotto lo stesso cielo atlantico.
Raffaella guidava e commentava il paesaggio con quella sua meraviglia genuina, immediata. Io annuivo e guardavo le scogliere e pensavo a come poteva essere stato l’ultimo momento di quel volo del 1989.
Ci siamo fermate ad Angra do Heroísmo, la capitale dell’isola, patrimonio UNESCO — una cittadina ordinata e silenziosa, con strade pulite e una calma che sembrava quasi irreale dopo le ore che avevamo passato. Ci siamo sedute a bere un caffè. Buono, economico, caldo.
In quel momento — seduta lì, in una città che non avrei mai visitato se non fosse andato storto qualcosa — ho sentito una cosa strana. Una leggerezza. Come se l’ombra che avevo sempre associato a queste isole si fosse sollevata un poco, lasciando spazio a qualcos’altro.
Volevamo fermarci a pranzo, ma i ristoranti non aprivano prima delle 14. Volevamo visitare il vulcano di Algar do Carvão, che su Google sembrava una meraviglia — ma non avevamo così tanto tempo. Così intorno alle 14 abbiamo restituito l’auto con il pieno, un po’ dispiaciute, e siamo rientrate all’aeroporto di Lajes.
Il volo da New York non era ancora arrivato. Sarebbe stato un pomeriggio lungo. Abbiamo mangiato al selfservice dei militari, il pranzo offerto dalla compagnia aerea. Abbiamo passato il pomeriggio insieme agli altri passeggeri a raccontarci le nostre vite, come se ci conoscevamo da tanto tempo. Poi intorno alle 19 qualcuno ci ha avvisato che il volo da NY era appena arrivato ed era il momento di rientrare.
Siamo partite intorno alle 22 – con due equipaggi al seguito. Quello che era con noi sul volo AA e l’equipaggio arrivato con il secondo volo da NY.
In quelle quattro ore sull’isola che non avevamo programmato, avevamo visto il verde più brillante mai visto, bevuto il miglior caffè della giornata, e guidato senza navigatore lungo chilometri di costa atlantica.
Ho raccontato a Raffaella la storia del volo Indipendente Air 1851 dell’8 febbraio 1989 solo da poco tempo. Le Azzorre erano già diventate, nella mia testa, qualcosa di diverso da quello che erano state per trent’anni. Ora mi piacerebbe tornarci e vederle con un altro spirito per allontanare per sempre quell’ombra nera.
Non so se è giusto ma quell’isola mi ha restituito qualcosa.
PixDiary
















Note di viaggio
Quando: un giorno senza preavviso
Come ci siamo arrivate: atterraggio di emergenza, volo American Airlines
Isola: Terceira, aeroporto di Lajes
Capitale: Angra do Heroísmo — Patrimonio UNESCO
Tempo a disposizione: quattro ore
Cosa abbiamo mancato: il vulcano Algar do Carvão. Ci torneremo.entura indimenticabile che abbiamo voluto condividere con tutti voi.
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